maggio 2, 2017

SAN DONATO BEACH

PRESENTAZIONE

Lontano, lontano nel tempo

L’espressione di un volto per caso”

Luigi Tenco – 1966

Da tempo pensavamo di raccontare la vita attraverso la solitudine. Raccontarla in maniera onesta e autoironica, senza cadere in moralismi o facili definizioni. Il massimo concentrato di solitudine che ci viene in mente è Bologna in estate. In particolar modo le periferie. La massima espressione di una periferia sono i suoi bar. Noi abbiamo scelto di raccontare il BAR MAGMA che si trova nel quartiere San Donato, quartiere popolare con un passato di degrado anche legato alla presenza storica di molti immigrati.

Vogliamo costruire 25/30 minuti di documentario che possa con rapidità e dolcezza raccontare cosa succede nel “BAR MAGMA” quando l’estate arriva e la città si svuota. Nello specifico un documentario di osservazione, basato su interviste e racconti dei protagonisti, corredato da una voice over che svolge lo sviluppo narrativo e il tema della storia.

Anziani alcolizzati, vecchie depresse, giocatori di slot “seriali”, persiani in maglione nero, rigetti socioantropologici e registi falliti. Di tutto. Vite accaldate che si materializzano in piccole armate Brancaleone alla ricerca di un sospiro di gioia nella monotonia estiva. Insomma, “Meriggiare pallido e assorto” diceva Montale. Personaggi noir con sempre la paglia in bocca, eroi demenziali con il Lexotan nel taschino, muratori albanesi con lo smartphone di 20 pollici. Sergenti Cinesi sotto copertura. E poi i baristi, razza densa di saggezza e di bizzarria esistenziale. Un affresco sfaccettato di vita, insomma. Vita di periferia.

Dalla Solitudine tra le quattro mura alla Sintesi del Bar, dalla Sintesi del Bar alla solitudine delle quattro mura. Hegeliano, in parte, con un sottofondo di musica vintage tipo Al Bano, la prima Mina o Little Tony. Ma anche Bobby solo che ha la voce di velluto.


SINOSSI

“Mi arrangerò

Anche se mai più

Sarò felice come quando c’eri tu”

Iva Zanicchi – 1967

Il bar Magma è più di un semplice bar. È un punto di ritrovo per i suoi avventori abituali, una seconda casa. Ancora di più quando la città si svuota con l’arrivo della canicola estiva. D’estate la solitudine è più pesante. Gli avventori del bar Magma si conoscono tutti, a volte da anni, sono come una famiglia. Il capofamiglia è Ina, titolare del bar. Un donnone ucraino di 120 chili che ama essere al centro dell’attenzione. È sposata con Reza, il barista, ma non stanno più insieme. Litigano spesso anche di fronte ai clienti del bar. A volte Ina si arrabbia e diventa manesca.

Andrea ha passato i cinquanta. Vive da padre Marella, un ricovero per senzatetto, dove ha una stanza. Si è sposato giovanissimo e ha comprato ai suoi figli una friggitoria che è andata male. Ci ha rimesso tutti i soldi. Potrebbe andare a Cervia, dove ha un lavoro sicuro, ben pagato. Ma preferisce restare a Bologna perché qui ha una storia importante, qualcosa che lo trattiene. È una storia d’amore con Ina.

Una di quelle storie che tutti conoscono ma di cui nessuno parla. Se ne accenna sottovoce, quando Reza non può sentire.

Reza, fa il barista, è persiano, carnagione olivastra e viso gentile. È facile alle emozioni, quando beve diventa aggressivo, irriconoscibile. È ancora innamorato di Ina. Sa della storia con Andrea ma fa finta di no. Sotto i modi gentili e il fare dimesso cova la speranza di avere la sua vita indietro. Quella in cui, solo un anno fa, c’erano il bar e Ina. C’era tutto. Reza dice sempre di voler tornare a casa, in Iran, ma non si decide mai a partire. Forse perché non ha il permesso di soggiorno e senza quello non si può viaggiare. Oppure forse occuparsi del bar è un modo per stare vicini a Ina, stare dove sta lei. È un modo per non lasciare andare quello che rimane della vita che solo un anno fa era sua. Non ha una casa, non si sa dove dorme. Qualche volta passa la notte nella cantina del bar.

Così continua a occuparsi del bar, vorrebbe migliorare gli affari, che da un po’ di tempo non vanno bene, vorrebbe avere più clienti. Ne parla con Ina che invece sembra indifferente, rassegnata a lasciare le cose come stanno, anche quelle che non vanno. Come la concorrenza del Marrakech, il bar dietro l’angolo, gestito da una splendida ragazza marocchina. Il Marrakech si presenta bene: arredamento nuovo, ambiente pulito, luminoso. Il bar Magma invece ha le sedie diverse a ogni tavolino e mancano i soldi perfino per mettere l’insegna con il nome. Poi c’è il Comune di Bologna che impedisce al Magma di vendere i panini e di mettere i tavolini fuori. La motivazione ufficiale è che non è stata pagata la concessione dell’anno scorso. Reza sostiene il contrario: solo che non può dimostrarlo perché Ina ha perso la ricevuta. Bisogna trovare una soluzione per permettere al bar di sopravvivere. Reza ne parla con i suoi clienti abituali, bisogna trovare una soluzione tutti insieme. La discussione prende forma nei pomeriggi afosi, nell’ombra striminzita del bar con la musica di Patty Pravo in sottofondo, tra una birra e una risata che nonostante tutto trova sempre il modo di venire fuori. Incontriamo i personaggi di variegata umanità che animano il bar Magma, conosciamo le loro storie agrodolci.

C’è Stefano, un bel ragazzo, sensibile e con la chiacchiera facile. Può dire la sua su qualsiasi argomento. Beve forte. Si sta buttando via, direbbe qualcuno. Qualche anno fa ha perso tutto. Si è salvato prendendo un pezzo di terra agli orti comunali. Ci va ogni giorno a curare le sue piante, dopo la sosta al bar. Tanto è di strada.

Roberta per vivere fa le pulizie. Appena finisce di lavorare passa dal bar per una birra o due. Va sempre in giro con il suo cane enorme. Il suo argomento di conversazione preferito è suo figlio, che è andato via qualche anno fa. Questa cosa le lacera il cuore.

Patrizia ride sempre e non ha mai avuto un uomo. Adesso, a cinquant’anni, vuole trovarsi un fidanzato.

Christian è un giocatore seriale. Ha l’aspetto distinto e sempre qualcosa tra le mani. A volte è lo smartphone per giocare a poker online, altre sono le monete per le macchinette. Fa il portiere di notte.

Ognuno di loro ha una motivazione differente che lo spinge, ma in comune c’è l’obiettivo finale e la necessità di vincere la solitudine. Tenere il bar aperto, in ultima analisi, vuol dire questo. Forse per Reza vuol dire qualcosa in più.


TRATTAMENTO

“Se perdo te, cosa farò?

Io non so più restare sola.

Ti cercherò e piangerò

come un bambino che ha paura”

Patty Pravo – 1967

Subito dopo il cavalcavia della stazione di Bologna si apre il quartiere San Donato. Nel quale vivo da 18 anni. Prima vivevo in Romagna, nella vecchia cascina dei miei. Ambientarsi non è stato facile, resto comunque un figlio di agricoltori che vede il mondo come fosse una vecchia fotografia ingiallita. Una vecchia fotografia di mio nonno in mezzo al grano di luglio.

La solitudine che ho vissuto nella mia infanzia e adolescenza è simile a quella che incrocio nel mio attuale quartiere. Una solitudine ingiallita, ma con i colori saturi, dove i rossi sono infuocati, i verdi smeraldi antichi e i gialli girasoli luccicanti. Una sorta di mondo in Technicolor, un mondo ancora vintage e contrastato, sporco e fuori fuoco, estemporaneo e immediato,  dove al posto dei filari di pesche nettarine ci sono le ampie vie della periferia di Bologna: Via San Donato, Via del Lavoro, Via della Repubblica. Vie che verso fine giugno cominciano a svuotarsi. Gli autobus sudati e deserti. Le tapparelle abbassate e imbrattate. Così, voglio raccontare il mio bar di periferia come sospeso nel tempo, tra il fumo noir di Marlboro rosse e vecchie canzonette che sbucano dalla radio. Tra la grana gialla di un meriggio ardente e l’arancione di uno spritz annacquato.

Tra la pelle olivastra di Reza, barista persiano, e le mani bianche di Stefania, una cinquantenne depressa che esce solo per il caffè mattutino. Poi i vecchi abiti di alcuni personaggi, sgualciti o macchiati. Il sorriso sguaiato delle dieci di sera, quando il vino bianco e lo scirocco dei colli prova a rinfrescare le esistenza inquiete e demenziali. Sussurri e grida, risate e silenzi. Cinesi e pakistani. Anziani bolognesi e maghrebini nervosi. Le luci bruciate dei neon, delle slot-machine, delle vecchie insegne. Amori che nascono, amori che finiscono. E sempre, per costruire un atmosfera antica e giocosa, la voce di un giovane Gianni Morandi o di una pepata Rita Pavone. Questi sono i miei colori. Il mio mondo vecchio ma ancora fertile e pulsante. L’odore dell’alcol o di un espresso spesso bruciato. Il suono che gracchia di un vinile ritrovato in soffitta.

 

Il materiale visivo che vi proponiamo è stato volutamente ottenuto con uno smartphone. Per portare via momenti improvvisati e rapidi, senza eccessive messe in posa, ma con la volontà di girarlo con una macchina professionale (5D o Sony Alpha) che abbia più potenzialità ottiche e di rielaborazione dell’immagine. Per ora vogliamo proporvi solo un’atmosfera, una poetica, uno stile che riteniamo necessario per valorizzare al meglio la nostra storia, per renderla più rara e universale.

Lo sviluppo sintattico avverrà attraverso momenti di osservazione, corredati da un VO diegetica o extradiegetica e da tappeti musicali. Parte fondamentale sono le interviste e l’utilizzo dei dialoghi e dell’interscambio verbale dei nostri protagonisti, effettuato e recuperato attraverso una regia “invisibile”.

Fabio Donatini